23 Ottobre 2026
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Una guarra non vale un uomo

Con la prosa dal titolo “Una guerra non vale un uomo” la nostra concittadina Nadia Di Filippo ha ricevuto il secondo premio al XVI concorso di poesia e prosa “Anziani Ricordi” che si è tenuto nel Comune di Sante Marie (AQ)

La giuria, sulla raccolta cartacea delle poesie e delle prose, alla pagina 86 ha pubblicato un commento alla fine del racconto di Nadia, giustificando il secondo premio a lei conferito con le seguenti parole:

«L’epilogo del racconto recitando “Una guerra…una qualsiasi… nonostante la sua complessità, i suoi costi e la sua durata, non avrà mai il valore di una sola vita” invita l’uomo odierno alla consapevolezza sociale. In un mondo devastato da infiniti conflitti, ribadire il valore della singola persona, significa contrastare la violenza strutturale dei nostri tempi mediante l’agire etico. Il racconto è una finestra aperta su un microcosmo di dolore e resistenza, di emarginazione e rinascita per rivendicare l’importanza di tutti e di ognuno. Qualcuno ha detto “chi salva una vita salva il mondo“. »

E’ infatti un testo profondo e toccante, che dopo questa recensione della giuria, non ha bisogno di altri commenti, pertanto vi lasciamo alla lettura integrale del racconto che pubblichiamo in questa pagina, unitamente alla foto del protagonista: il soldato Antonio Di Filippo.

Congratulazioni a Nadia per questo ulteriore premio ricevuto e buona lettura a tutti!

Antonio Di Filippo

UNA GUERRA NON VALE UN UOMO

Da bambina, avrò avuto 6/7 anni, guardando un film di guerra in cui l’eroe di turno era tale per aver fatto fuori tanti nemici, chiesi a mio padre, che in guerra era stato, immaginandolo eroe alla stessa stregua del soldato del film, quanti nemici avesse ammazzato e, lui, rabbuiandosi in viso, mi rispose “spero nessuno”.

Ero troppo piccola per comprendere il senso profondo di quella risposta e il cambio di espressione che ebbe provocò in me un turbamento che mi dissuase dal chiedere spiegazioni. Mio padre, da soldato semplice ha combattuto nella Campagna di Russia, sul Don, arruolato da fante nel 39° battaglione Ravenna, si è congedato sergente; poiché reduce di guerra è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica.

La sua esperienza al fronte russo, pochi mesi prima della sua dipartita ha destato l’interesse di un regista locale che venne a casa per intervistarlo. Lui non si era mai aperto a raccontare la sua trincea ma quell’intervista fece quasi un miracolo, si disinibì narrando luoghi, date, fatti che per tanto tempo aveva serbato nel cuore e nella memoria. Tra i tanti episodi narrati uno ha avuto il senso di una confessione…

“Eravamo lì a combattere contro i soldati russi e si sparava, con armi non adeguate ma si sparava. Nessuno vedeva chi fosse dall’altra parte ma, per ordine di superiori, sparavamo. E lo facevamo puntando in alto non volendo colpire direttamente chi, nei momenti di tregua erano nostri fratelli. I colpi delle nostre armi ricadevano a parabola, la maggior parte delle volte affogando nella neve e ad ogni colpo sparato da un lato ne rispondeva uno dall’altro. Ad un certo punto un colpo, sparato da me, non ebbe risposta… cosa era successo? Cosa avevo fatto? L’avversario-fratello, era morto? O… magari, solo ferito…”

La confessione di questo, tanto atroce quanto speranzoso, dubbio mi indusse a riflettere su quanto fosse pesato a mio padre portarsi dentro quella domanda che non avrebbe mai avuto risposta…Lacerato da un subdolo senso di colpa aveva trascorso la sua vita, perché sapeva che come lui, dietro quell’uomo che non conosceva, c’erano situazioni personali, una famiglia e degli affetti che non avevano meno valore delle sue situazioni personali, della sua famiglia e dei suoi affetti.

Aveva sofferto per quel colpo inferto ad uno sconosciuto che qualcuno aveva deciso che fosse un avversario. Ma avversario per cosa?

Mi risuonò dentro quella risposta antica “spero nessuno” …e compresi.

Risposta che, dopo tanti anni, mi rivelò che mio padre non era un eroe come quello del film, ma un eroe diverso perché aveva riposto nel dubbio la sua speranza nella possibilità di aver lasciato in vita un uomo, piuttosto che concedersi l’arrogante certezza di avere annientato un avversario. In fondo entrambi erano stati vittime di uno stesso sistema che non teneva conto di chi era chiamato a combattere al fronte e che per divise di diverso colore dovevano ritenersi nemici.

Così scioltosi nel parlare di episodi di guerra che aveva tenuto blindati per tutta la vita, tra i tanti, ne raccontò un altro alquanto raccapricciante…

“Eravamo ormai alla fine della guerra, stavano battendo in ritirata e abbandonando le trincee benché si continuasse ancora a sparare. In un campo diverso e distante dal mio, mentre i soldati si allontanavano dalla linea di guerra, il loro comandante si accorse di aver dimenticato il pacchetto di sigarette dentro quel fosso che li aveva protetti. Incaricò uno di loro di andare a prenderlo, il sottoposto non poté rifiutarsi, e scattato sull’attenti si diresse verso la trincea… Non tornò mai indietro. Un colpo nemico, forse l’ultimo, lo fece cadere sul quel margine sottile che separava la polvere della guerra dalla conquista della pace. La notizia fu diffusa dai commilitoni presenti all’accaduto, mai dichiarata in documenti ufficiali”.

Il soldato obbediente ma sfortunato era originario di un paese a breve distanza dal nostro.

Il caso ha voluto che io avessi un amico di quel paese con lo stesso cognome di quel soldato. Lo contattai e gli chiesi se gli risultava un parente morto nella seconda guerra mondiale. Mi disse che il fratello di suo padre era stato dichiarato disperso nella Campagna di Russia. Gli raccontai il fatto… Nessuno aveva informato la famiglia di come quel ragazzo ardito di 20 anni, per “senso del dovere”, era andato incontro alla sua morte. A me era toccato, dopo tanti anni, grazie al racconto di mio padre, fornire l’ultimo tassello che completava il puzzle della vita di quel ragazzo che non ebbe l’opportunità di conoscere la pace.

Certo, sarebbe stato tanto vergognoso per il comandante quanto agghiacciante per chi ascoltasse, documentare come erano andati i fatti. Non potendo dichiarare che il soldato era morto in battaglia, pensò bene di dichiararlo disperso.

Da questo episodio è deducibile quanto scarso valore venisse riconosciuto ad un uomo, nella sua natura di essere umano quando non risultava insignibile di medaglie e, forse, proprio quel soldato, ne avrebbe meritata una.

Ma, come concluse mio padre il racconto della sua esperienza al fronte, “Una guerra…una qualsiasi… nonostante la sua complessità, i suoi costi e la sua durata, non avrà mai il valore di una sola vita”.

Nadia Giovanna Di Filippo

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